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Lozza celebra 130 di storia con la mostra fotografica retrospettiva

130 anni di stile italiano.

Una visione tutta italiana: nello stile, nel gusto, negli atteggiamenti, nella creatività. Narrata attraverso una selezione di immagini fotografiche, alcuni occhiali storici originali e dei video in "Lozza: 130 Anni di Stile Italiano". La mostra -che si apre l'8 ottobre presso lo spazio di Boz Communications a Milano, durante l'open day di presentazione della nuova collezione sole 2009- vuole essere un omaggio a una storica grande azienda -Lozza, appunto, acquisita nel 1992 da De Rigo Vision- che ha partecipato alla nascita e allo sviluppo di uno degli accessori più in vista della storia del costume. Ma che è anche e soprattutto parte integrante nella costruzione di un'idea che continua a far sognare: the Italian Style.

Riavvolgiamo il film del nostro XX secolo, soffermiamoci ai primi anni del '900. Il Manifesto Futurista esalta la velocità, il movimento, la tecnologia. Gli imprenditori italiani girano il mondo a caccia di nuove idee. Camillo Olivetti torna da un suo viaggio in California e apre la fabbrica dalla quale uscirà la prima macchina da scrivere italiana, la M I. E ci piace immaginare che durante quel viaggio abbia incrociato Giovanni Lozza, il fondatore, o Lucio, uno dei figli, intento a negoziare il primo product placement della storia: Buster Keaton porta dei Lozza nei suoi film. Il mondo cambia velocemente e cambiano le abitudini. L'alta società non trascorre più il tempo libero confinata nei salotti buoni, ma migra regolarmente verso rinomati  luoghi di villeggiatura munita di un immancabile paio di occhiali da sole in celluloide fabbricati da Lozza. 

Fast forward al secondo dopoguerra: si diffonde il modello Zilo con un rivoluzionario accoppiamento di celluloide e metallo. Il mondo vede improvvisamente l'Italia sotto una nuova luce: non più il paese della miseria di "Ladri di biciclette", ma la patria della raffinatezza, della bellezza, dell'eleganza. Eccoci all'estate del '52: i buyer e i giornalisti americani scoprono nella Sala Bianca di Palazzo Pitti la moda italiana. Con grande ingegno Giovanni Battista Giorgini dimostra a un pubblico ammaliato che esiste una continuità tra l'estro rinascimentale e la creatività contemporanea, una sorta di gene-genio iscritto nel nostro Dna. In quei saloni fiorentini carichi di storia vengono gettate le basi del made in Italy. Inteso come tradizione, savoir faire, qualità, innovazione e intraprendenza al servizio di un mercato sempre più vasto, curioso ed esigente.

Spostiamoci in avanti di una decina d'anni, ai primi '60: l'aristocrazia di Hollywood consacra il genio di Fellini premiando "La dolce vita" e "8 1/2",  mentre nella Sala Bianca di Palazzo Pitti debutta un giovane e timido Valentino Garavani. Tutti gli sguardi sono puntati sul nostro paese che corre spensierato e disinvolto verso la modernità in sella a una Vespa o alla guida di una Giulietta. Persino Godard, il più nordico e cerebrale dei cineasti della Nouvelle Vague, cede al fascino latino e gira "Le mépris", il suo unico film mediterraneo, imprimendo indelebilmente nell'immaginario collettivo la favolosa Casa Malaparte. Godard arriva a Roma accompagnato dal maestro Fritz Lang e dall'iconica Brigitte Bardot. Mancava solo lei nelle strade trafficate della capitale, affollate da una gioventù che sogna l'America e i suoi divi. Anzi non ha più bisogno di sognarli, ormai li può ammirare in carne e ossa per le vie della città inseguiti da torme di paparazzi. Tazio Secchiaroli immortala il jet-set, Liz, Jackie, Sofia, mentre in tutt'altro registro Ugo Mulas fissa sulla pellicola il passaggio dei grandi artisti del suo tempo alle Biennali di Venezia e trova pure il tempo di scoprire e lanciare una bellezza sconosciuta di nome Veruschka, incrociata in una viuzza di Firenze.

Fast forward ai Seventies: risuona ancora l'eco delle voci della contestazione mescolate alle melodie della summer of love. Vestiti corti e capelli lunghi, o viceversa: l'importante è affermare la propria personalità che rima scanzonatamente con italianità. Ovvero stile ed eleganza, riassunti qualche anno più tardi in un'unica immagine: il guardaroba Armani di Richard Gere in American Gigolo.

Nei primi '80 Il termine design non è ancora un aggettivo usato a tuttocampo, ma gli architetti e i designer italiani stanno progettando gli oggetti e i mobili che caratterizzano un nuovo stile di vita e mettono l'Italia al centro della nuova mappa mondiale dell'arredo. Alberto Alessi elabora la "teoria del borderline", ovvero l'esplorazione dell'immensità del possibile creativo. Conciliare, insomma, estetica e funzionalità avvalendosi della più sofisticata ricerca tecnologica applicata a una produzione su scala industriale.

Base, questa, e filosofia imprenditoriale di Lozza, che ha ampiamente contribuito al diffondersi della "visione" italiana nel mondo dell'eleganza e di un certo stile. Senza cedere alle mode passeggere ma dettando la moda, con un savoir faire acquisito durante un secolo di attività. La tradizione artigianale - più che mai ricercata oggi -applicata a materiali e tecnologie innovative, le linee semplici ed eleganti sono la cifra di quell'Italian touch così apprezzato e ricercato dai compratori di tutto il mondo.

Conserviamo tutti in un cassetto un paio di occhiali dai quali non riusciamo a separarci perché equivarrebbe a negare un pezzo della nostra identità. Ecco, l'occhiale è diventato l'accessorio/statement per eccellenza della propria personalità. Non più uno schermo che ci protegge, ma il quadro entro il quale immortaliamo il mondo. 

Lozza celebra 130 di storia con la mostra fotografica retrospettiva

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